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Enoturismo: la visita in cantina non basta più, è tempo di storyliving

Alla fine del 2019 ci si preparava all’ “avvio definitivo per le attività enoturistiche in Italia” ma, come sappiamo, non è andata proprio nel migliore dei modi. L’incremento di domande e presenze registrate negli anni precedenti aveva finalmente mobilitato il Governo a mettere in campo una serie di serie di riforme per normare e finanziare l’avvio delle attività enoturistiche. L’insorgere dell’emergenza sanitaria, però, ha sospeso ogni investimento o ambizione.

Il settore ricettivo è stato senza dubbio tra i più colpiti dall’emergenza, insieme a quello della ristorazione, trascinando con sé quanti avevano intrapreso la strada del turismo esperenziale legato al vino, o pensavano di farlo. Nella confusione generale, produttori di vini si sono concentrati sul lavoro, nel tentativo di smaltire gli oltre 50 milioni di ettolitri ancora in giacenza nel giugno scorso. I ristoratori, a loro volta, hanno avuto problemi ben più grandi tra chiusure forzate, riaperture a metà e proteste in piazza.

Il livello del dibattito si è spostato su temi più importanti, per esempio come ripartire insieme, accantonando il resto. Comparti di nicchia, come quello dell’enoturismo, appunto, sono rimasti fermi al palo. Oppure no?

In realtà c’è chi ha continuato a lavorare, anche nei mesi più caldi della pandemia, per studiare gli sviluppi del settore enoturistico in Italia, dove l’offerta esperenziale enologica è ancora tutta da costruire.

Enoturismo in Italia: a che punto siamo

Era ovviamente impossibile pensare di bissare i grandi risultati raggiunti nel 2019. Quel picco di presenze di turisti stranieri nel Bel Paese che due anni fa aveva fatto registrare un +7% di presenza in piccole e grandi strutture ricettive, per un valore di 40 miliardi di euro. Valore che, unito a quello di 55 miliardi del turismo di italiani in Italia, ha portato il settore ad un complessivo di quasi 100 miliardi in un solo anno.

Non poco per un Paese, come l’Italia, sceso negli stessi anni dal terzo al quarto posto nella classifica delle mete europee più visitate e che, quindi, potrebbe potenzialmente fare molto di più.

In questo senso si colloca perfettamente l’esperienza turistica legata al vino: l’86% dei turisti che hanno visitato località italiane nel 2019, infatti, hanno partecipato almeno ad un’attività incentrata sul vino. Percentuale riconfermata anche nel 2020, con le dovute proporzioni, a fronte di un numero di presenze medio minore del 55% rispetto all’anno precedente, il 48% dei villeggianti è stato rappresentato da enoturisti.

Un dato che ha fatto “scattare la molla” a moltissimi operatori di settore, dai produttori ai tour operator passando per i ristoratori, ma anche a enti e istituzioni. Non a caso, uno dei format ricettivi più interessanti del pessimo anno appena trascorso è stato quello del pic-nic degustazione, con possibilità di ordinare un cestino di prodotti tipici e vino locale da consumare in natura.

Format che ha posto l’accento sull’importanza di iniziare a lavorare subito su proposte alternative rispetto alla consueta visita + degustazione in cantina. E, un’idea in tal senso, arriva dallo storyliving.

Storyliving: cos’è e perché è perfetto per il turismo del vino

Il turismo esperenziale si è posto ormai da anni quale “intermediario” tra quello nicchia e di massa. Con proposte rivolte a piccoli gruppi a caccia di emozioni autentiche, il segmento esperienzale è in realtà costituito da quella che nel marketing viene definita “long tail”: un mercato di nicchia basato su investimenti ridotti, in grado di generare profitti proporzionalmente maggiori rispetto a canali più gettonati.

Il marketing del vino ha compreso le potenzialità di questo nuovo turismo, a caccia di ritmi più lenti e autentici, sapori locali e dell’esperienza reale, ossia dello “Storyliving”. Alla base di questo concetto vi è una maggiore capacità di immersione del viaggiatore nel contesto in cui si trova, grazie alla possibilità di svolgere attività e apprendere nozioni in compagnia con gli stessi residenti del luogo.

Attività, ovviamente, legate alla tradizione locale.

In questo, il mondo del vino trova uno spazio naturale di azione, all’interno del quale sviluppare nuove e più interessanti proposte per i visitatori. Un approccio sempre più diffuso in altri importanti paesi europei, come Francia o Spagna, dove il turismo del vino ha iniziato a perfezionarsi negli ultimi anni divenendo quasi del tutto un format a sé.

Nel turismo del vino ciò che conta è… il vino!

Sembra scontato, ma non lo è. Territori, arte, storia e altri importanti aspetti connessi al successo del segmento enoturistico non devono distogliere dal focus principale: il vino e la sua scoperta.

Storytelling e storyliving sono concetti che sposano perfettamente il marketing del vino e sui quali è per questo importante lavorare. Non solo per produttori e rivenditori, come enoteche e altri intermediari, ma anche per professionisti dell’horeca, dai ristoratori agli albergatori.

Costruire un efficace racconto del vino, integrando il prodotto all’interno di un percorso sensoriale e non più di solo “accompagnamento” al menù rappresenta la sfida con la quale sempre più professionisti stanno scegliendo di cimentarsi.

Dalla nostra, abbiamo scelto di offrire il miglior servizio di distribuzione vini pensato per la ristorazione, con possibilità di acquistare referenze in conto vendita e gestire logistica e inventario delle bottiglie in modo innovativo e informatizzato.

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Come servire vino al calice e conservare la bottiglia aperta

Il nuovo “must” per migliorare la rotazione dei vini in cantina ed incrementare il guadagno sulla singola bottiglia è senz’altro il servizio del vino al calice. Come proporlo, perché conviene e come conservare correttamente la bottiglia dopo l’apertura? Piccolo vedemecum per evitare gli errori e incrementare le vendite.


La scelta di proporre dei vini a calice non si può limitare al classico vino della casa, pratica ormai desueta e di scarsa professionalità. Un buon servizio si deve legare alla scelta di almeno 6/8 bottiglie diverse legate a 2 per tipologia, suddivise tra bollicine, bianchi e rossi, e magari anche rosati, sempre in base al tipo di servizio offerto: winebar, ristorazione carne/pesce o pizzeria. Cosi facendo, il ristoratore sarà in grado di diversificare la scelta e invogliare il cliente alla prova di vini diversi ad ogni portata.

La selezione di proposte al calice deve rimanere invariata?

Assolutamente no, anzi è bene cambiare le proposte settimanalmente e variare molto la scelta in modo da suscitare curiosità della clientela e dare l’opportunità di assaggiare anche vini magari meno noti.

Come servire il vino al calice

Servire il vino al ristorante ha un suo galateo, ma nel caso del servizio al calice è necessario “aggiustare un po’ il tiro”.

Ricordiamoci sempre di portare la bottiglia al tavolo dal cliente anche se già aperta per mostrare il vino che serviamo. Se il cliente intende “sbirciare” le info riportate sulla bottiglia ben venga: è un’ottica occasione per raccontare qualcosa in più sul prodotto.

Per questo ed altri motivi, evitiamo assolutamente di versare il calice di vino al bancone e consegnare al tavolo il bicchiere già pronto.

Se un cliente chiede un secondo calice andremo, ovviamente, a cambiare il bicchiere se il secondo vino è diverso dal primo. Nel caso la richiesta del secondo calice fosse sempre del medesimo vino, evitiamo comunque di riempire un calice già mezzo pieno. È sempre consigliabile attendere che il cliente abbia svuotato completamente il proprio bicchiere prima di riempierlo di nuovo.

La gestione del vino al calice richiede maggiori accortezze circa ossidazione e temperatura del prodotto.

Massima attenzione nel servizio di vini spumanti: è sempre consigliato assaggiare il prodotto prima di servirlo al tavolo, evitando di proporre prodotti che possano aver perso la verve della bollicina, per cattiva o errata conservazione.

Uno dei principali vantaggi del vendere vino al calice è la sua convenienza in termini di wine cost. Di contro, però, l’apertura della bottiglia per il servizio al calice rappresenta spesso un problema a causa delle difficoltà di conservare correttamente il vino dopo l’apertura. Ecco qualche consiglio per farlo nel modo giusto.

Conservare il vino aperto: consigli su come fare

A fine serata, una volta terminato il servizio, è normale ritrovarsi con una serie di bottiglie aperte. Affinché il vino al loro interno non si alteri a causa dell’eccessiva ossigenazione è necessario conservarle con cura e nel modo giusto.

Per quanto tempo possiamo consumare il vino una volta aperto?

Il vino aperto può essere consumato fino a 36 ore e magari oltre se rispettiamo alcune regole di base. Molto dipende dalla tipologia stessa del vino, dalla sua salubrità e dalla qualità iniziale.

Una volta che la bottiglia è aperta, il vino inizia a ossigenarsi e questo è ovviamente un bene. Per degustare un vino al meglio della sua espressione è necessario lasciarlo decantare dopo averlo stappato, permettendo all’ossigeno di “aprire” bouquet e struttura del prodotto.

Nella fase successiva, invece, l’ossigeno che poco prima ci aveva aiutato inizia ora lentamente a compiere il suo lavoro ossidativo, modificando l’integrità del vino.

Per mantenere, o meglio prolungare, le proprietà della bottiglia di vino aperta dobbiamo rispettare alcune condizioni. Tra queste, la temperatura è essenziale. La bottiglia deve essere conservata in una zona fresca e al riparo dagli sbalzi di temperatura, meglio ancora se al riparo dalla luce.

Qual è il miglior tappo per un vino aperto?

Una volta aperta, la bottiglia dovrà sempre e immediatamente essere richiusa con tappi specifici e adatti al mantenimento del vino. Tra questi, i tappi con la valvola, o tappi sottovuoto per vino, sono tra i più indicati, perché permettono di fare sottovuoto all’interno della bottiglia, ossia di eliminare l’aria entrata all’interno dopo l’apertura. In commercio ne esistono diverse marche che propongono valide soluzioni, facilmente reperibili online.

Un’altra possibilità è quella di iniettare del gas inerte, come azoto o argon, all’interno della bottiglia. Il gas andrà a riempire lo spazio occupato dall’ossigeno, adagiandosi sulla superficie del vino e fungendo così da cuscinetto isolante, impedendo all’aria di venire a contatto con il prodotto. Anche in questo caso, esistono in commercio svariate soluzioni ideali allo scopo.

Se non disponiamo di tappi salva vino, tappi sottovuoto per il vino o sistemi con gas inerte, la soluzione migliore resta quella di chiudere la bottiglia con il proprio tappo e sistemarla nel frigorifero o, meglio ancora, in una cantinetta frigo professionale a temperatura e umidità costanti.

Per uno spumante, è bene disporre di un tappo speciale per vini frizzanti, con l’incastro sul collo della bottiglia, in modo da trattenere la dispersione delle nostre amate bollicine. E, no: il famoso cucchiaino da utilizzare a mo’ di tappo purtroppo non basta a preservare i vini frizzanti. Si tratta solo di una leggenda metropolitana ancora, incredibilmente, molto in voga.

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Decreto Sostegni per ristoranti: come richiedere il bonus [guida completa]

Con la firma del 22 marzo scorso è stato finalmente pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il nuovo Decreto Legge n. 41, meglio noto come “Decreto Sostegni”. Il bonus rappresenta la prima misura contributiva a fondo perduto stanziata dal governo Draghi e riservata, in parte, ad attività costrette alla chiusura a causa del Covid.

Il decreto prevede lo stanziamento di 32 miliardi euro, più ulteriori mini-bonus già stanziati o in via di apertura. Questi ultimi riguardano in particolare categorie più a rischio, come ristoratori operanti nel campo del catering per le cerimonie o attività obbligate a prolungare cassa integrazione dei propri dipendenti a causa del prolungarsi del periodo di chiusura.

Non sono, tuttavia, mancate le polemiche dal momento che, la stessa FIPE, ha dichiarato l’ammontare della misura “troppo esiguo” rispetto alle reali necessità del settore. Settore che, nel solo 2020, ha registrato perdite (secondo la stessa associazione) per 37,5 miliardi di euro: 5,7 miliardi di euro in più della cifra complessiva stanziata dal governo, da ripartire con altre 4 categorie di lavoratori a rischio.

Una misura che, sempre la FIPE, ha dichiarato “basterà a pagare solo un mese d’affitto”, coerentemente con le previsioni del governo che ha stimato rimborsi medi di 1.500 / 2.000 per singolo richiedente, sulla base di 6 milioni di esercenti aventi diritto.

Cosa pensi del nuovo Decreto?
Diccelo nei commenti alla fine di questo articolo!

Decreto Sostegni: a chi spetta e cosa prevede

Come dichiarato dalla stessa Agenzia delle Entrate:

“L’importo del contributo a fondo perduto è commisurato alla diminuzione verificatasi confrontando la media mensile del fatturato e dei corrispettivi dell’anno 2020 (anno dell’emergenza Covid-19) e la media mensile del fatturato e dei corrispettivi dell’anno 2019 (anno in cui sussistevano condizioni ordinarie).”

Il richiedente del contributo deve aver registrato un calo di fatturato pari o superiore al 30% tra l’anno 2019 e 2020. Il contributo a fondo perduto previsto dal Decreto Sostegni consente rimborsi:

  • del 60% della perdita per fatturati inferiori a 100mila euro;
  • del 50% per fatturati tra 100mila e 400mila euro;
  • del 40% per fatturati tra 400mila e un milione di euro;
  • del 30% tra un milione e 5 milioni di euro;
  • del 20% tra 5 milioni e 10 milioni di euro.

Non possono richiedere il contributo professionisti o società che abbiano fatturato importi superiori a 10 milioni di euro nel 2020. Il contributo minimo per singola richiesta non può essere inferiore a 1.000 euro per persone fisiche e 2.000 per società, o sforare il tetto massimo di 150.000 euro per singola richiesta.

Decreto Sostegni: come fare domanda [procedura guidata]

Con una nota allegata alla presentazione della misura, il governo ha fatto sapere di aver semplificato la procedura di invio della domanda sul sito dell’Ente, potenziandone contestualmente sicurezza e “tenuta”, dopo i numerosi crash verificatisi in passato.

In una circolare, l’Agenzia delle Entrate ha aggiunto come siano necessari solo 10 minuti per completare la richiesta del contributo.

Per inoltrare la domanda è necessario collegarsi alla sezione “Fatture e Corrispettivi” del sito dell’Agenzia delle Entrate. Una volta eseguito l’accesso con le proprie credenziali digitali (CIE, SPID, CNS, Entratel o Fisconline), o create di nuove, è possibile cliccare sul link “Servizi per compilare e trasmettere l’istanza” nella sezione “Contributo a Fondo Perduto” presente in home page.

Il form successivo è dedicato alla compilazione dell’istanza, ovvero all’inserimento dati necessari a richiedere il contributo. In questa sezione andranno inseriti i corrispettivi delle due annualità (2019 – 2020), codice fiscale del soggetto richiedente e iban per l’accredito del contributo, o scegliere di beneficiare del contributo tramite credito di imposta sulle future dichiarazioni dei redditi.

Il contributo a fondo perduto è escluso da tassazione e non incide sul futuro calcolo del rapporto per la deducibilità delle spese e degli altri componenti negativi di reddito.

Una volta terminato l’inserimento dei dati, verifica con cura le informazioni e clicca sul pulsante “Invia istanza” per concludere la procedura. A seguito dell’invio, puoi scegliere di stampare un riepilogo delle informazioni inserite.

Una volta trasmessa l’istanza, l’Agenzia delle Entrate invierà al richiedente un messaggio con il codice di protocollo telematico assegnato alla domanda.

È molto importante memorizzare o conservare questo codice, che può essere richiesto all’abbisogna.

Se la richiesta del contributo è andata a buon fine si riceverà, inoltre, un messaggio di “presa in carico dell’istanza”. Contrariamente, se alcuni dati come codice fiscale, partita iva o altro non combaciano o sono errati, potrebbe verificarsi la ricezione di un messaggio di “scarto”, ossia di non accettazione della domanda.

Se a seguito dell’invio della domanda il contribuente si accorge di aver commesso qualche errore, è possibile trasmettere una istanza sostitutiva. Tale possibilità è consentita solo fino al momento del riconoscimento del contributo, il cui esito è esposto nell’area riservata del portale Fatture e Corrispettivi “Contributo a fondo perduto – Consultazione esito”. Dopo tale momento, non è più possibile inviare un’istanza sostitutiva.

Sito Agenzia delle Entrate

Accedendo alla sezione “Fatture e Corrispettivi” del sito sarà sempre possibile controllare lo sviluppo della domanda inoltrata.

Bonus Covid per la ristorazione: novità 2021

Tra le altre novità che riguardano i bonus ristorazione 2021 vi è senza dubbio quella legata al Decreto Sostegni, che non prevede più l’assegnazione a codici ATECO specifici, come i passati bonus Covid, ma è aperto a partite IVA di tutte le categorie interessate.

Altre novità riguardano la possibile applicazione di una pace fiscale per cartelle esattoriali inferiori a 5.000 euro emesse dal 2000 al 2011. Proposta, attualmente, ancora al vaglio del governo. Confermata, invece, la cassa integrazione fino a fino anno per gli aventi diritto, per la quale sono già state stanziate risorse per 3,3 miliardi di euro.

Ulteriori 200 milioni di euro sono stati previsti per imprese che operano nel settore delle cerimonie con catering e servizi affini. Le risorse saranno ripartite nei prossimi mesi dalle regioni.

Confermato, infine, lo stop alla tassazione per occupazione di suolo pubblico fino al 30 giugno, con proroga alla fine dell’anno anche per il termine di presentazione di nuove domande.

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